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	<title>Amitie Community Italia &#187; sport</title>
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		<title>I luoghi dello sport e dell&#8217;integrazione</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 10:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le fasi del Progetto]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Cadei]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca Etnografica]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>

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		<description><![CDATA[La ricerca etnografica Luoghi e Memorie dello Sport a Bologna, finanziata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, ha permesso di compiere un monitoraggio dei luoghi storici e attuali dello sport a Bologna, al fine di riconoscere elementi di continuità e di rottura fra il passato e il presente. Siamo partiti dai luoghi, dalla loro storia e dalla loro frequentazione, per captare narrazioni di persone che li attraversano. Le voci delle persone che hanno fatto da informatori per questa ricerca rendono la complessità di un racconto corale: dal bolognese sessantenne che ha partecipato alla fondazione della polisportiva del suo quartiere, al giovane senza cittadinanza che gioca a basket nel playground di periferia. Il primo elemento di rilievo registrato è che esiste una grande varietà di luoghi dello sport: abbiamo importanti squadre agonistiche con relative scuole, associazioni sportive universitarie, realtà caratterizzate dalla presenza quasi esclusiva di giovani bolognesi a cui si oppongono altre in cui troviamo quasi esclusivamente studenti fuori-sede. E, ancora, polisportive di quartiere (che molto si sono evolute nel tempo), palestre popolari attivate da centri sociali e, infine, una costellazione di luoghi informali di intensa pratica di sport. I luoghi che abbiamo potuto osservare differiscono molto fra di loro per possibilità di accesso, soggetti coinvolti, concezione e finalità dell&#8217;attività sportiva. Questa varietà si declina in due caratteristiche: da un lato, è indicatrice di un&#8217;offerta ricca e varia che caratterizza Bologna, dove quasi tutti gli sport praticati a livello nazionale hanno una propria rappresentanza; dall&#8217;altro, vi si può leggere una tendenza alla frammentazione, alla parcellizzazione, del tessuto sociale impegnato in attività sportive (c&#8217;è chi ha parlato, come per la cultura musicale giovanile, di una sorta di tribalizzazione dell&#8217;ambito sportivo contemporaneo). Quest&#8217;ultimo aspetto si traduce in una difficoltà a entrare in relazione, attraverso lo sport, da parte delle diverse anime della cittadinanza bolognese, che rimangono in qualche modo confinate in uno spazio sportivo costruito “su misura”. Per dirla con un esempio, se negli anni &#8217;50 una manifestazione come il Palio Cestistico Petroniano coinvolgeva tutti i giocatori di basket della città, mescolando agonismo e informalità, oggi è più difficile immaginare iniziative “trasversali” ai diversi contesti di pratica dello sport. Ecco un primo dato che emerge e che mette in discussione il titolo di questo abstract: l&#8217;integrazione non ha a che fare soltanto con i flussi migratori, anzi, mette in gioco questioni più ampie. I luoghi e le situazioni che riescono ad essere terreno di incontro fra espressioni diverse della città rappresentano un grande valore per la comunità nelle sue diverse anime, con i suoi diversi attriti: fra vecchi e giovani, fra periferie e centri, fra chi ha molta e chi ha scarsa disponibilità economica, fra i gruppi di ragazzi che parlano italiano e altri che abitualmente parlano fra loro altre lingue, fra chi ha la cittadinanza e chi non ce l&#8217;ha (e rischia di non conquistarla nemmeno al compimento dei 18 anni). Inutile dire che contesti capaci di favorire un mescolamento di questo genere sono molto rari. Il tema della cittadinanza, in senso crudamente burocratico, e della qualità dell&#8217;integrazione emergono da diversi contesti in cui è forte la presenza di giovani cosiddetti di “seconda generazione” (termine che già crea una classificazione molto forte, conferendo un attributo a dei giovani nati in Italia sulla base delle origini dei loro genitori). Queste due tematiche, emerse dal campo, ci invitano a ricollocare lo sport nell&#8217;ambito più ampio del tessuto esperienziale dei suoi protagonisti. Voglio perciò concludere riportando, in forma anonima e con una lieve riformulazione sintetica, due frasi emerse dalla ricerca, capaci di condensare i due temi accennati: «Senza la cittadinanza italiana sei escluso da molte gare, dalle gare più importanti, non conta se vinci, perché ad alcuni obiettivi non ci puoi arrivare&#8230;» «Non c&#8217;è bisogno che qualcuno venga ad integrarci, se qualcuno vuol giocare a basket noi siamo sempre qui, in Piazza dell&#8217;Unità».   &#160; &#160; Claudio Cadei, Antropologo, claudiocadei@gmail.com]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca etnografica <strong>Luoghi e Memorie dello Sport a Bologna</strong>, finanziata dalla <a href="http://www.fondazionedelmonte.it/" target="_blank"><strong>Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna</strong></a>, ha permesso di compiere un monitoraggio dei <strong>luoghi storici e attuali dello sport a Bologna, al fine di riconoscere elementi di continuità e di rottura fra il passato e il presente.</strong></p>
<p>Siamo partiti dai <strong>luoghi</strong>, dalla loro storia e dalla loro frequentazione, per captare narrazioni di persone che li attraversano. Le voci delle persone che hanno fatto da informatori per questa ricerca rendono la complessità di un racconto corale: dal bolognese sessantenne che ha partecipato alla fondazione della polisportiva del suo quartiere, al giovane senza cittadinanza che gioca a basket nel playground di periferia.</p>
<p>Il primo elemento di rilievo registrato è che <strong>esiste una grande varietà di luoghi dello sport</strong>: abbiamo importanti squadre agonistiche con relative scuole, associazioni sportive universitarie, realtà caratterizzate dalla presenza quasi esclusiva di giovani bolognesi a cui si oppongono altre in cui troviamo quasi esclusivamente studenti fuori-sede. E, ancora, polisportive di quartiere (che molto si sono evolute nel tempo), palestre popolari attivate da centri sociali e, infine, una costellazione di luoghi informali di intensa pratica di sport.</p>
<p>I luoghi che abbiamo potuto osservare differiscono molto fra di loro per possibilità di accesso, soggetti coinvolti, concezione e finalità dell&#8217;attività sportiva. Questa varietà si declina in due caratteristiche: da un lato, è indicatrice di un&#8217;offerta ricca e varia che caratterizza Bologna, dove quasi tutti gli sport praticati a livello nazionale hanno una propria rappresentanza; dall&#8217;altro, vi si può leggere una tendenza alla frammentazione, alla parcellizzazione, del tessuto sociale impegnato in attività sportive (c&#8217;è chi ha parlato, come per la cultura musicale giovanile, di una sorta di <i>tribalizzazione</i> dell&#8217;ambito sportivo contemporaneo). Quest&#8217;ultimo aspetto si traduce in una difficoltà a entrare in relazione, attraverso lo sport, da parte delle diverse anime della cittadinanza bolognese, che rimangono in qualche modo confinate in uno spazio sportivo costruito “su misura”. Per dirla con un esempio, se negli anni &#8217;50 una manifestazione come il Palio Cestistico Petroniano coinvolgeva tutti i giocatori di basket della città, mescolando agonismo e informalità, oggi è più difficile immaginare iniziative “trasversali” ai diversi contesti di pratica dello sport.</p>
<p>Ecco un primo dato che emerge e che mette in discussione il titolo di questo abstract: <strong>l&#8217;integrazione non ha a che fare soltanto con i flussi migratori, anzi, mette in gioco questioni più ampie.</strong> I luoghi e le situazioni che riescono ad essere terreno di incontro fra espressioni diverse della città rappresentano un grande valore per la comunità nelle sue diverse anime, con i suoi diversi attriti: fra vecchi e giovani, fra periferie e centri, fra chi ha molta e chi ha scarsa disponibilità economica, fra i gruppi di ragazzi che parlano italiano e altri che abitualmente parlano fra loro altre lingue, fra chi ha la cittadinanza e chi non ce l&#8217;ha (e rischia di non conquistarla nemmeno al compimento dei 18 anni). Inutile dire che contesti capaci di favorire un mescolamento di questo genere sono molto rari.</p>
<p>Il tema della cittadinanza, in senso crudamente burocratico, e della qualità dell&#8217;integrazione emergono da diversi contesti in cui è forte la presenza di giovani cosiddetti di “seconda generazione” (termine che già crea una classificazione molto forte, conferendo un attributo a dei giovani nati in Italia sulla base delle origini dei loro genitori). Queste due tematiche, emerse dal campo, ci invitano a ricollocare lo sport nell&#8217;ambito più ampio del tessuto esperienziale dei suoi protagonisti. Voglio perciò concludere riportando, in forma anonima e con una lieve riformulazione sintetica, due frasi emerse dalla ricerca, capaci di condensare i due temi accennati:</p>
<p><em>«Senza la cittadinanza italiana sei escluso da molte gare, dalle gare più importanti, non conta se vinci, perché ad alcuni obiettivi non ci puoi arrivare&#8230;»</em></p>
<p style="text-align: left"><em><strong>«Non c&#8217;è bisogno che qualcuno venga ad integrarci, se qualcuno vuol giocare a basket no</strong><strong>i siamo sempre qui, in Piazza dell&#8217;Unità».</strong></em></p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/03/bsket.jpg"><img class="size-full wp-image-3149 aligncenter" alt="bsket" src="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/03/bsket.jpg" width="500" height="281" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right">Claudio Cadei, Antropologo, claudiocadei@gmail.com</p>
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		<title>Black Italians &#8211; Atleti neri in maglia azzurra</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 09:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[AMITIE]]></category>
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		<category><![CDATA[THIS IS MY STORY. OR OURS]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro che vi consigliamo oggi non poteva che trattare l&#8217;argomento &#8220;sport e seconde generazioni&#8221;, in attesa dell&#8217;incontro che AMITIE ha organizzato per il  venerdì 25 all&#8217;Urban Center ecco una breve descrizione di &#8220;Black Italians &#8211; Atleti neri in maglia azzurra&#8220;. Lo avete letto? Che ne pensate? Fateci sapere la vostra opinione su questo libro e magari consigliateci ancora nuove letture da consigliare nella nostra rubrica. Il termine &#8220;Black Italians&#8221; fu a lungo utilizzato, in senso dispregiativo, per indicare e discriminare gli emigranti italiani negli Stati Uniti come in Australia. Allo stesso tempo, paradossalmente, anche gli italiani l&#8217;hanno utilizzato, con altrettanto disprezzo, per indicare gli &#8220;italiani neri e meticci&#8221;, nati e cresciuti nelle colonie e quindi non degni di essere considerati pienamente italiani. Il libro vuole ribaltare il significato di questo termine, evidenziando come i Black Italians siano parte integrante del nostro popolo, un popolo la cui storia è fondata anche sull&#8217;accoglienza e sull&#8217;integrazione di popolazioni e culture differenti. Le interviste, condotte da Mauro Valeri, raccontano le storie di 39 atleti, tra cui Fiona May, Andrew Howe, il pugile Sumbu Kalambay, il cestista Dan Gay, il calciatore Joseph Dayo Oshadogan e la ginnasta Lucy Frasca, che hanno permesso l&#8217;affermazione dell&#8217;Italia in campo sportivo internazionale. La sequenza delle storie segue una suddivisione per discipline sportive e, al loro interno, per anno di affermazione sportiva.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro che vi consigliamo oggi non pote<a href="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/01/black2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2610" src="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/01/black2-300x198.jpg" alt="Atleti Neri in maglia azzurra" width="300" height="198" /></a>va che trattare l&#8217;argomento &#8220;sport e seconde generazioni&#8221;, in attesa dell&#8217;incontro che AMITIE ha organizzato per il  <a href="http://amitie-community.eu/italia/events/percorsi-di-cittadinanza-integrazione-partecipazione-e-sport/" target="_blank">venerdì 25 all&#8217;Urban Center</a> ecco una breve descrizione di &#8220;<a href="http://books.google.it/books/about/Black_Italians.html?id=XP6BAAAAMAAJ&amp;redir_esc=y" target="_blank"><strong>Black Italians &#8211; Atleti neri in maglia azzurra</strong></a>&#8220;. Lo avete letto? Che ne pensate? Fateci sapere la vostra opinione su questo libro e magari consigliateci ancora nuove letture da consigliare nella nostra rubrica.</p>
<p>Il termine &#8220;Black Italians&#8221; fu a lungo utilizzato, in senso dispregiativo, per indicare e discriminare gli emigranti italiani negli Stati Uniti come in Australia. Allo stesso tempo, paradossalmente, anche gli italiani l&#8217;hanno utilizzato, con altrettanto disprezzo, per indicare gli &#8220;italiani neri e meticci&#8221;, nati e cresciuti nelle colonie e quindi non degni di essere considerati pienamente italiani. <strong>Il libro vuole ribaltare il significato di questo termine, evidenziando come i Black Italians siano parte integrante del nostro popolo, un popolo la cui storia è fondata anche sull&#8217;accoglienza e sull&#8217;integrazione di popolazioni e culture differenti.</strong> Le interviste, condotte da Mauro Valeri, raccontano le storie di 39 atleti, tra cui Fiona May, Andrew Howe, il pugile Sumbu Kalambay, il cestista Dan Gay, il calciatore Joseph Dayo Oshadogan e la ginnasta Lucy Frasca, che hanno permesso l&#8217;affermazione dell&#8217;Italia in campo sportivo internazionale. La sequenza delle storie segue una suddivisione per discipline sportive e, al loro interno, per anno di affermazione sportiva.</p>
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		<title>Le nostre storie AMITIE &#8211; Hakim Chebakia</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 10:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[AMITIE]]></category>
		<category><![CDATA[boxe]]></category>
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		<category><![CDATA[THIS IS MY STORY. OR OURS]]></category>

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		<description><![CDATA[Hakim Chebakia è un ragazzo marocchino di 24 anni originario di Kenitra, arrivato in Italia nel 1995. Attualmente ha un bar-ristorante a Bologna e porta avanti la sua passione, la boxe. Qual&#8217;è la tua memoria, il tuo immaginario principale, la cosa che ti rappresenta di più quando pensi al passato e al presente? Una persona, mia mamma. Penso sempre alle difficoltà che ho passato e sono riuscito a superare. Insieme a lei, la cosa che mi ha dato la forza di continuare è stato il pugilato, mi ha tolto dalla strada e mi ha aiutato molto. Attraverso la boxe sono riuscito a raggiungere i miei obiettivi e ho risolto parte dei miei problemi. Hai un sogno che vorresti veder realizzato da quando sei venuto in Italia? Diventare campione del mondo… ma non è vero.. Non è questo. Il mio sogno è fare felice la mia famiglia, e poi arrivare il più alto possibile nella boxe. La vita è fatta a livelli, di alti e bassi… è fatta a gradini, non puoi arrivare all’ultimo gradino senza passare dagli altri. Poi magari c’è chi è fortunato e ha una vita sempre felice. Ma sono i problemi che ti fanno crescere nella vita, se hai problemi e riesci a superarli sei fortunato&#8230;sei il più fortunato, ti sei fatto un’esperienza. Attraverso i problemi sei più forte. Cosa fai nella vita? Lavoro, faccio sport e mi occupo della famiglia. Ho un locale bar-ristorante con musica, di mia proprietà da quasi 2 anni e mezzo e sono ‘quasi’ campione di pugilato. La mia famiglia è qua, ancora non ho bimbi, mi piacerebbe un giorno… Come contribuisci allo sviluppo qui, nel paese dove vivi? Porto la mia cultura, provo a creare lavoro, faccio il massimo per rendere le persone felici quando vengono nel mio locale; a livello sportivo, vorrei riportare la storia della boxe a Bologna, visto che ci sta provando Simone Rotolo, ci vorrei provare anche io. Potrei rappresentare l’Italia alle Olimpiadi, ma a gennaio vorrei passare professionista e quindi non andrei alle Olimpiadi ma ai campionati mondiali. Potrei rappresentare il Marocco, ma non sarebbe giusto perché tutto quello che ho imparato sulla boxe l’ho imparato qui in Italia. Il Marocco mi ha dato solo la rabbia. Come contribuisci allo sviluppo là, nel paese di origine? Ci torno, ho i parenti, mi piacerebbe fare qualche progetto là ma per adesso sono ancora con i piedi per terra. In Marocco mi sono allenato, non è male il livello ma c&#8217;è carenza tecnica&#8230;magari un giorno perché no, potresti aiutare la boxe a crescere. &#160; &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/01/IMG_2583111.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2480" src="http://amitie-community.eu/italia/files/2013/01/IMG_2583111-300x200.jpg" alt="Hakim Chebakia" width="300" height="200" /></a><strong>Hakim Chebakia</strong> è un ragazzo marocchino di 24 anni originario di Kenitra, arrivato in Italia nel 1995. Attualmente ha un bar-ristorante a Bologna e porta avanti la sua passione, la boxe.</p>
<p><strong>Qual&#8217;è la tua memoria, il tuo immaginario principale, la cosa che ti rappresenta di più quando pensi al passato e al presente?</strong></p>
<p>Una persona, mia mamma. Penso sempre alle difficoltà che ho passato e sono riuscito a superare. Insieme a lei, la cosa che mi ha dato la forza di continuare è stato il pugilato, mi ha tolto dalla strada e mi ha aiutato molto. Attraverso la boxe sono riuscito a raggiungere i miei obiettivi e ho risolto parte dei miei problemi.</p>
<p><strong>Hai un sogno che vorresti veder realizzato da quando sei venuto in Italia?</strong></p>
<p>Diventare campione del mondo… ma non è vero.. Non è questo. Il mio sogno è fare felice la mia famiglia, e poi arrivare il più alto possibile nella boxe. La vita è fatta a livelli, di alti e bassi… è fatta a gradini, non puoi arrivare all’ultimo gradino senza passare dagli altri. Poi magari c’è chi è fortunato e ha una vita sempre felice. Ma sono i problemi che ti fanno crescere nella vita, se hai problemi e riesci a superarli sei fortunato&#8230;sei il più fortunato, ti sei fatto un’esperienza. Attraverso i problemi sei più forte.</p>
<p><strong>Cosa fai nella vita?</strong></p>
<p>Lavoro, faccio sport e mi occupo della famiglia. Ho un locale bar-ristorante con musica, di mia proprietà da quasi 2 anni e mezzo e sono ‘quasi’ campione di pugilato. La mia famiglia è qua, ancora non ho bimbi, mi piacerebbe un giorno…</p>
<p><strong>Come contribuisci allo sviluppo qui, nel paese dove vivi?</strong></p>
<p>Porto la mia cultura, provo a creare lavoro, faccio il massimo per rendere le persone felici quando vengono nel mio locale; a livello sportivo, vorrei riportare la storia della boxe a Bologna, visto che ci sta provando Simone Rotolo, ci vorrei provare anche io. Potrei rappresentare l’Italia alle Olimpiadi, ma a gennaio vorrei passare professionista e quindi non andrei alle Olimpiadi ma ai campionati mondiali. Potrei rappresentare il Marocco, ma non sarebbe giusto perché tutto quello che ho imparato sulla boxe l’ho imparato qui in Italia. Il Marocco mi ha dato solo la rabbia.</p>
<p><strong>Come contribuisci allo sviluppo là, nel paese di origine?</strong></p>
<p>Ci torno, ho i parenti, mi piacerebbe fare qualche progetto là ma per adesso sono ancora con i piedi per terra. In Marocco mi sono allenato, non è male il livello ma c&#8217;è carenza tecnica&#8230;magari un giorno perché no, potresti aiutare la boxe a crescere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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